Un tavolo tranquillo in fondo alla stanza
In fondo alla sala del ricevimento, dove le luci si attenuavano e il rumore perdeva la sua asprezza, Jonathan Hale sedeva da solo al tavolo numero diciassette con una tazza di tè che aveva smesso di fumare da un pezzo, la cui superficie era rimasta intatta, il cui calore si affievoliva come spesso accadeva alle sue serate quando partecipava a feste senza un motivo valido per restare. Intorno a lui, il matrimonio procedeva con gioia e serenità: risate che si diffondevano nella stanza, bicchieri che tintinnavano a un ritmo spensierato, il DJ che annunciava un’altra tradizione con l’entusiasmo di chi non aveva mai imparato cosa significasse sopportare il silenzio.
Jonathan osservava tutto come se fosse dietro un vetro.
Erano passati quasi quattro anni da quando Mara , sua moglie, si era allontanata silenziosamente dalla loro vita condivisa, dopo un’improvvisa crisi medica giunta senza preavviso e andata via senza spiegazione, portando con sé la familiare routine mattutina, i loro litigi per futilità e la consolazione di sapere che qualcuno lo avrebbe sempre cercato nell’oscurità. Da allora, aveva perfezionato la coreografia delle apparizioni pubbliche: arrivare in orario, congratularsi con gli sposi, firmare il libro degli ospiti, sorridere con moderazione e andarsene prima che il vuoto dentro di lui si facesse sentire.