Alle 00:22 entrai nello studio del notaio Bellandi.
Il portiere notturno mi aprì senza fare domande. Sapeva già il mio nome. Questo, più di tutto, fece muovere qualcosa sotto le costole.
Lo studio era al secondo piano di un palazzo storico. Pavimento di marmo freddo, pareti color crema, scaffali di legno scuro. Sul tavolo grande c’erano una lampada accesa, un fascicolo beige, una bottiglia d’acqua intatta e due bicchieri.
L’avvocata Leone era in piedi vicino alla finestra. Capelli raccolti, cappotto grigio, occhiali bassi sul naso. Mi guardò le mani prima del viso.
«Ha la busta?»
Gliela consegnai.
Lei non la aprì. La posò sul tavolo accanto al fascicolo beige.
Il notaio Bellandi arrivò da una porta laterale con passo lento. Era un uomo sui sessant’anni, barba corta, camicia bianca senza cravatta. Non aveva l’aria di chi viene svegliato nel cuore della