«Chi è?»
La sua voce era ancora composta, ma le dita avevano stretto il telecomando abbastanza da far sbiancare le nocche.
Io spensi il viva voce prima che potesse avvicinarsi.
«La mia avvocata.»
Riccardo aprì la bocca, poi la richiuse. Aveva la cravatta storta, il nodo spostato verso sinistra. Quel dettaglio, piccolo e ridicolo, mi rimase negli occhi più del suo silenzio.
Teresa sorrise di lato.
«Avvocata? Elena, per favore. Non renderti patetica proprio stasera.»
La busta avorio era calda contro il mio palmo, protetta dal cappotto. Sulla carta c’erano tre macchie leggere: non pioggia, non lacrime. Erano impronte vecchie, forse quelle di mio suocero quando l’aveva chiusa.
«Devo andare a Milano», dissi.
«Con quali soldi?» chiese Teresa.
Non urlò. Appoggiò ogni parola come una posata sul tavolo.
Riccardo fece finalmente due passi verso il cancello.
«Mamma, forse dobbiamo capire—»
«Tu rientra», disse lei.
Lui si fermò.
Io presi il trolley blu dalla pozzanghera. Una rotella si era incastrata nel bordo del vialetto e stridette contro il cemento. Dentro casa qualcuno mosse una tenda. Vidi il profilo della zia Clara dietro il vetro, la mano sulla bocca, il rosario ancora avvolto al polso.
Alle 23:31 chiamai un taxi.
L’autista arrivò dopo quattordici minuti, con l’odore di deodorante al pino e sedili umidi di pioggia vecchia. Mi guardò nello specchietto mentre caricava il trolley.
«Signora, tutto bene?»
Io appoggiai la busta sulle ginocchia.
«Milano. Via Senato.»
Durante il tragitto, il telefono vibrò cinque volte.
Riccardo.
Riccardo.
Teresa.
Numero sconosciuto.
Riccardo.
Non risposi. Guardai i lampioni scorrere sui finestrini come righe di luce spezzata. La camicia bianca bagnata mi pesava dentro la borsa, e l’odore di fango saliva piano insieme a quello della stoffa nera del funerale.