Il sole tramontava dietro gli edifici, tingendo il cielo di arancione e grigio. Valentina si stava preparando a chiudere quando li vide.
I tre bambini erano a pochi passi dal bancone.
Erano identici.
Gli stessi volti magri. Le stesse guance scavate. Gli stessi vestiti larghi e logori che le pendevano da spalle delicate. Nessuno zaino. Nessun genitore. Solo tre paia di occhi affamati ed esitanti.
Uno di loro, di gran lunga il più coraggioso, fece un piccolo passo avanti.
“Nonna…” disse a bassa voce, la sua voce appena percettibile sopra il rumore della strada.
“Ti è rimasto qualcosa? Nemmeno qualcosa di vecchio… qualcosa che volevi buttare via?”
Valentinea si bloccò.
Non c’era maleducazione nel suo tono. Nessun senso di superiorità. Solo scuse. Come se si pentisse della sua esistenza.
Sospirò, guardò la pentola e parlò semplicemente.
“Venite qui. Sedetevi.”
I ragazzi la fissarono, sbalorditi.
Si scambiarono un’occhiata, incerti di aver capito bene. Poi, con cautela, con passo deciso, si avvicinarono, muovendosi come se un passo falso potesse farle cambiare idea.
Valentina versò tre ciotole di zuppa. Porzioni piccole, ma bollenti. Mise del pane accanto a ogni ciotola e se ne andò senza dire una parola.
I ragazzi mangiarono in silenzio. Velocemente. Ma ogni pochi secondi, uno di loro alzava lo sguardo verso di lei, con gli occhi spalancati, come se si aspettasse che quel momento finisse.
Quella sera, Valentina Sergeyevna era convinta di aver fatto solo un piccolo favore.
Non sapeva di aver appena cambiato per sempre la vita di tre persone.

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