Quando il medico mi disse che a mio marito restavano poche settimane, io stavo già imparando a diventare vedova. Ma quella sera, davanti all’ospedale, una donna rom che vendeva fiori mi si avvicinò e sussurrò: — METTA UNA TELECAMERA NELLA SUA STANZA. PERCHÉ QUI NON STA MORENDO CHI PENSA LEI.

Per un figlio vivo che si era distrutto da solo.

Sua sorella si avvicinò a me.

— Da quanto lo sapevi? — chiese.

— Da ieri.

Si coprì gli occhi con una mano.

— Dio mio… e sei rimasta qui a guardarlo?

Annuii.

Lei non disse altro. Mi strinse la mano. In quella stretta c’era più scusa che in mille parole.

Poi cominciò un’altra realtà.

Verbali. Dichiarazioni. Firme. Documenti sequestrati. Colloqui nel corridoio. La direzione sanitaria con le facce rigide.

Il medico non fu fermato quella sera stessa, ma più tardi, quando emersero incongruenze nei referti e nelle firme. Io non seguii più ogni dettaglio minuto per minuto. Mi bastava sapere una cosa: la macchina di menzogne che avevano costruito con tanta cura no

n stava più andando contro di me.

Stava tornando addosso a loro.

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