Poi un’altra voce provenne dalla porta.
“Ava?”
Era il dottor Menon, il medico curante. Un uomo di circa cinquantacinque anni, calmo, diretto, poco incline al dramma. Si presentò e spiegò l’accaduto in termini chiari e semplici.
Ero stata ricoverata per chetoacidosi diabetica grave. La mia glicemia era pericolosamente alta. I miei livelli di acidità erano così instabili da destare preoccupazione per il mio cuore. L’équipe del pronto soccorso doveva agire in fretta. Mi chiese se capissi cosa fosse la chetoacidosi diabetica. Annuii debolmente. Certo che lo sapevo. Ogni bambino diabetico lo impara presto, come un’esercitazione antincendio.
Poi fece la domanda che cambiò tutto.
“Perché non avevi una quantità sufficiente di insulina?”
Avrei potuto mentire.
I ragazzi come me imparano presto che dire la verità sui propri genitori può sembrare più pericoloso di quello che hanno fatto realmente. Si immaginano le conseguenze: assistenti sociali, polizia, la propria vita ridotta a una montagna di scartoffie. Si teme che nessuno creda. Si teme che invece ci credano.
Ma ero appena quasi morto.
Allora gliel’ho detto.
Non in modo drammatico. Non con rabbia. Semplicemente con chiarezza.
Mia madre ha annullato la mia ricarica. Mio padre ha acconsentito. Hanno usato i soldi per i biglietti VIP del concerto di mia sorella. Mi hanno detto di razionare quello che mi era rimasto.
Il dottor Menon non mi interruppe. Quando ebbi finito, annuì e disse: “Grazie per avermelo detto”.
Poi uscì.
Nel giro di un’ora, tutto è cambiato.