Ma Lara fa qualcosa che nessuno si aspetta.
A metà della navata, si ferma.
Inizialmente, tutti pensano che sia inciampata. Suo padre si china leggermente verso di lei. La musica vacilla. Una damigella d’onore si guarda intorno allarmata. Poi Lara alza la testa e guarda dritto verso l’ultima fila di banchi dove sei seduta, piccola e rigida nel tuo abito verde, con le mani strette così forte in grembo che le nocche sono diventate bianche.
E poi si gira.
Non verso l’altare.
Verso di te.
Un mormorio attraversa la chiesa come il vento tra le foglie secche.
Rimani in piedi perché non sai cos’altro fare.
Il tuo primo pensiero è che qualcosa sia andato storto, che forse hai infranto qualche regola non scritta semplicemente trovandoti nel contesto sbagliato, nel posto sbagliato. Apri la bocca prima che la tua mente riesca a elaborare la cosa.
«Lara», sussurri, già imbarazzata, «mi dispiace se…»
Ti raggiunge prima che tu possa finire.
Da vicino, i suoi occhi sono umidi. Umidi sul serio, non per finta, non per recitazione. Quel tipo di umiditezza che ti dice che qualcuno ha trattenuto le emozioni con fatica e ha raggiunto il punto in cui lo sforzo non conta più.
Lei ti prende entrambe le mani tra le sue.
E poiché tutta la chiesa è piombata in un silenzio tale che persino i bambini non si agitano più, ogni parola che pronuncia giunge chiara all’orecchio.
«No», ti dice. «Oggi non hai l’occasione di scusarti.»
La fissi.
Dietro Lara, la navata bianca, i fiori, gli invitati, il prete, tutto si allontana ai margini. Il tuo cuore batte così forte che ti sembra di avere un’altra persona