Poi inizia a suonare l’organo.
Tutti si alzano.
E prima che tu possa riprenderti a sufficienza per tornare invisibile, le porte posteriori si aprono e Lara appare vestita di bianco.
La chiesa si volge verso di lei come i fiori verso il sole.
È bellissima, è inutile fingere il contrario. L’abito è elegante senza essere freddo, il tipo di vestito pensato non solo per valorizzare una donna, ma anche per far sì che tutti nella stanza concordino sulla sua importanza. Il velo le scivola dietro, una soffice nuvola di seta e pizzo. Suo padre le sta accanto, severo, fiero e dall’aria disinvolta, come certi uomini che raramente sono stati costretti a piegarsi nella vita.
Marco è in prima fila e, quando la vede, il suo viso si spalanca.
Per un respiro, un respiro perfetto, ti dimentichi completamente di te stesso.
Questo è tuo figlio, pensi.
Questo è il ragazzo che una volta si addormentò sulle tabelline al tavolo della cucina mentre tu sbucciavi le patate per il pranzo di domani. Questo è il giovane che studiava alla luce tremolante di una lampadina perché si avvicinava la bolletta della luce e bisognava scegliere con cura quali stanze meritassero di essere illuminate. Questo è il ragazzo che indossava scarpe di seconda mano eppure camminava come se il futuro gli appartenesse. Questo è tuo figlio, in piedi in una chiesa piena di sconosciuti impeccabili, in attesa dell’amore, in un abito che si è pagato da solo.
In quei momenti ti viene quasi da piangere.