Ho fissato il telefono per quelle che mi sono sembrate ore prima di riuscire finalmente a chiamare casa.
Mio padre rispose allegramente al terzo squillo. Riusciva a sentire dei rumori di sottofondo: forse degli attrezzi, o la televisione accesa.
«Papà», dissi, cercando di dare alla mia voce un tono il più fermo possibile. «Mi sono fatto male. È grave.»
Ho spiegato i fatti in modo obiettivo. L’infortunio. L’intervento chirurgico. I tempi. Il costo. Le ho promesso di restituirle fino all’ultimo centesimo. Aveva solo bisogno di aiuto in quel momento.
Dall’altro capo del telefono calò il silenzio. Poi lo sentii: quel sospiro familiare che emetteva sempre prima di dire di no.
“Abbiamo appena comprato la barca”, ha detto. “Lo sai. Il tempismo è pessimo.”
Chiusi gli occhi. “È la mia gamba”, dissi a bassa voce. “Se non lo faccio, potrei non camminare mai più come prima.”
«Beh», rispose lui quasi con indifferenza, «sei giovane. Ti adatterai.»
Mia madre ha risposto al telefono interno. Lo faceva sempre quando le conversazioni si facevano imbarazzanti.
“Tesoro,” disse dolcemente. “Forse questa è una lezione. Hai scelto questa carriera. Hai scelto di correre dei rischi.”
Poi arrivarono le parole che ancora oggi risuonano: “Zoppicare ti insegna la responsabilità”.
Lo disse come se si trattasse di un piccolo inconveniente. Una multa per divieto di sosta. Un volo in ritardo.
Poi si è unita la voce di mia sorella, allegra e divertita. “Rilassati”, ha detto. “Trovi sempre una soluzione. Sei tu quella forte, ricordi?”
Lui rise. Rise davvero mentre io ero seduto lì, sanguinante attraverso le bende.
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