Aveva dei progetti. Le brochure dell’università erano ancora sulla sua scrivania, con gli angoli con le orecchie di cane, gli appunti a margine. Una tabella con i pro e i contro brillava debolmente sullo schermo del suo portatile il giorno prima che lo perdessimo.
Voleva fare la veterinaria, lavorare con animali che non potevano parlare da soli.
“Non possono dirti cosa ti fa male, mamma. Voglio imparare ad ascoltare comunque”, diceva sempre.
La casa era silenziosa ora. Nessuna risata echeggiava dalla cucina. Nessuna musica indie proveniva dalla sua stanza, né il rumore della sua sedia a rotelle che strisciava sul pavimento mentre ballava tra una serie di compiti e l’altra.
Solo l’inquietante immobilità di una casa che ha perso il suo centro.
David era in piedi accanto a me, sul bordo della tomba. Il suo abito nero era troppo ordinato, la sua postura troppo eretta: ogni dettaglio attentamente controllato. Il suo viso rimase immobile: niente tic, niente lacrime, nemmeno la minima crepa nella maschera. Era come un uomo che recita una battuta imparata a memoria per un’opera teatrale per la quale non provava alcun sentimento.
Ma era così da molto tempo. La distanza tra noi era cresciuta lentamente, senza una crepa, come una fessura silenziosa. E un giorno, non era rimasto più niente, solo aria tra due sconosciuti che interpretavano i ruoli di uomo e donna.