l’amore senza una qualifica professionale?
Non era stata assunta per fare da badante, né pagata per scaldare i biberon all’alba o canticchiare ninne nanne al buio, eppure ogni volta che il pianto dei gemelli echeggiava nei corridoi vuoti e nessuno arrivava, qualcosa le si stringeva nel petto fino a diventare insopportabile.
Li sollevava con delicatezza, uno per braccio, e sussurrava canzoni che sua nonna le aveva insegnato in una piccola città di cui ormai parlava raramente, diventando l’unica fonte di calore costante che quei bambini riconoscevano.
Non lo considerava un sacrificio, perché le sembrava l’unica cosa sensata da fare.
La notte più fredda
Quella notte d’inverno fu diversa, più rigida delle altre, con il freddo che premeva contro le pareti come se cercasse di penetrare all’interno, e il riscaldamento nella cameretta che si guastava quel tanto che bastava a trasformare la stanza in un luogo in cui nessun neonato avrebbe dovuto trovarsi.
Le culle sembravano rigide e inospitali, e uno dei gemelli scottava per un calore inquietante mentre l’altro piangeva più forte, come se percepisse il disagio del fratello e reagisse in preda al panico.
Eliza percorse la casa per ore, stringendoli forte a sé, con le ginocchia tremanti e i piedi doloranti, finché il mondo intorno a lei non si offuscò, mentre mormorava dolcemente: “Va tutto bene, sono qui, non vi lascerò”, finché i loro pianti non si trasformarono in respiri irregolari e infine nel sonno.