“Non lo pensava davvero. Per favore… teniamo questa cosa in famiglia.”
Lo guardai, sbalordita da quanto flebile fosse la sua voce.
Solo tre ore prima, sua madre, Judith Calloway, mi aveva spinto giù per una breve rampa di scale nel seminterrato durante una cena di famiglia. Non era stato un incidente. Sentivo ancora la forza della sua mano tra le mie spalle, netta e decisa, subito dopo che si era chinata e mi aveva sussurrato: “Forse se smettessi di mettere mio figlio contro di me, questa casa finalmente conoscerebbe la pace”.
Poi il mio piede è scivolato.
Poi il legno. Dolore. Oscurità. Voci che gridano.
Quando ripresi conoscenza, ero contorto sul pianerottolo, con un fianco in fiamme, schegge del piatto che avevo portato sparse intorno a me. Judith era in cima alle scale, con la mano sulla bocca, già con quell’espressione familiare: scioccata, fragile, quasi innocente. Graham si precipitò giù, pallido e in preda al panico, ma la prima cosa che chiese non fu cosa fosse successo.
La domanda era: “Riesci a sederti?”