Mentre la campana a morto risuonava da 120 metri di profondità e il respiro della Morte, un gas velenoso chiamato “grisù nero”, avvolgeva la miniera, una ragazza di diciotto anni si rifiutò di restare a guardare. Decise di barattare i suoi giovani polmoni con la vita degli uomini che marcivano nell’oscurità.
Catherine rimase in coma per tre giorni. Al suo risveglio, i suoi polmoni non erano più gli stessi. I medici stabilirono che l’inalazione di elevate concentrazioni di gas a una profondità di 120 metri aveva lasciato cicatrici permanenti sul tessuto polmonare. Catherine, tuttavia, non si pentì della sua decisione. Divenne una leggenda vivente nella città mineraria, pur avendo scelto di vivere nell’anonimato.
Per i successivi 30 anni, le mattine di Catherine iniziavano con lunghi attacchi di tosse, durante i quali espelleva particelle nere, un ricordo tangibile della sua “polmone da carbone” e di quel giorno fatale. Non lasciò mai la miniera. Da addetta alle lampade, divenne operaia di superficie, rimanendo vicina al rombo dei macchinari e al movimento delle funi fino al suo pensionamento nel 1976. La comunità mineraria la accolse a braccia aperte, ma lei rifiutò sempre l’appellativo di “eroina”. Per lei, la scelta era semplice: assistere alla morte o tentare di salvarla. I minatori a cui aveva salvato la vita e i loro figli andavano spesso a trovarla, portando fiori e ringraziamenti, e lei si limitava a sorridere, chiedendo loro di rispettare l’aria che respiravano.

PARTE 2: L’EREDITÀ IMMORTALE E L’ADDIO FINALE