«Sei disorientato dai farmaci», disse a bassa voce. «Non dire cose di cui potresti pentirti».
Strinsi forte il telefono.
La flebo mi stava lacerando la pelle.
«Ricordo quel clic», dissi.
Il suo viso si indurì.
Fu tutto.
Nessuno schiaffo. Nessun urlo.
Rimettiti solo la maschera.
La porta si aprì alle 9:27.
L’uomo che entrò non assomigliava per niente al cattivo che mi ero immaginato.
Daniel Carter aveva le tempie grigie, delle piccole mezzelune scure sotto le unghie e una giacca da lavoro blu scuro abbottonata sopra una semplice maglietta bianca. Aveva gli occhi rossi, non tanto per il pianto, quanto per averli stretti così forte che qualcosa doveva essersi sciolto.
Nella mano sinistra teneva una grossa cartella.
Alla sua destra c’era una busta consunta con il mio nome scritto a stampatello.
La mamma si alzò così in fretta che la borsa le scivolò dalla spalla.
“Non puoi stare qui.”
Daniel non la guardò subito.
Guardò me.
Il suo viso si incupì per mezzo secondo. Poi si raddrizzò, come se sapesse che avevo più bisogno di qualcuno di stabile che di qualcuno di fragile.
“Ehi, ragazzina,” disse.