La prima cosa che ricordo dopo il bagno è il silenzio.
Non un vero silenzio. Un silenzio ospedaliero. Meccanico, imbottito, ronzante di macchinari, ruote lontane e il debole sibilo dell’ossigeno da qualche parte lì vicino. Ma dopo le urla in piscina, gli schizzi d’acqua, il freddo pungente e il terrore improvviso che mi ha assalito quando ho abbassato lo sguardo sul mio stomaco e ho capito che qualcosa non andava, quella buia stanza di rianimazione mi è sembrata la fine del mondo.
Avevo la gola in fiamme. Mi faceva male il petto. Sentivo le braccia troppo pesanti da sollevare.
Per un attimo, in preda al disorientamento, ho pensato di essere ancora sott’acqua.
Poi una voce femminile disse: “Olivia? Tesoro, mi senti?”
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