La porta si spalancò e la realtà della “facciata suburbana” svanì. La stanza era buia, le finestre sbarrate dall’interno. Non c’era un letto, solo un materasso sul pavimento macchiato di urina. In un angolo, rannicchiato su se stesso, c’era Leo. Sembrava uno scheletro ricoperto di pergamena pallida.
“Mi ha chiamato”, dissi, con una voce così bassa che sembrava il rumore di pietre che si sfregano.
“Sta avendo delle allucinazioni!” sghignazzò Derek, riacquistando la sua compostezza e la sua arroganza. “Vattene prima che ti rinchiuda in un reparto psichiatrico con tutti gli altri giocattoli rotti. Ho la piena custodia, Frank. Sei un intruso. Un vecchio violento e senile.”
Guardai mio nipote. Non corse da me. Rimase nell’angolo, con gli occhi spalancati per il terrore, che non era solo dovuto al rumore, ma al terrore di un prigioniero che vede il suo carceriere agitato.
«Questa non è una camera da letto, Derek», sussurrai. «È una cella.»
Mentre mi avvicinavo a Leo, Derek tirò fuori il telefono, un sorriso crudele e trionfante gli ricomparve sulle labbra. «Avanti, Frank. Toccalo. Chiamo subito il 911. Quando arriveranno, sarai tu quello ammanettato, e ti prometto… che non rivedrai mai più questo ragazzo in vita tua.»
Rimasi immobile. La parte tattica del mio cervello urlò. Aveva ragione. Aveva l’arma che io non potevo usare: la Legge.



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