E io?
Io sono il capitolo che hanno chiuso in silenzio.
Le feste vanno e vengono come il vento in una strada deserta. Ogni anno le scuse cambiano, ma il risultato è sempre lo stesso.
“I biglietti aerei sono troppo cari adesso, mamma.”
“I ragazzi hanno degli impegni.”
“Passeremo il Natale dai suoceri questa volta.”
“Magari l’anno prossimo.”
L’anno prossimo non arriva mai.
Così continuo a lavorare. Continuo a ripulire il mondo in cui vivono, anche se si sono dimenticati della donna che ha contribuito a costruirlo.
Ecco perché ero alla stazione di servizio lungo l’autostrada quel martedì mattina: da sola, nel bel mezzo del mio turno, a spazzare il pavimento freddo mentre il cielo fuori era ancora buio.
Fu allora che lo sentii.
All’inizio non sembrò nulla. Un rumore sommesso e intermittente. Quasi come un gattino smarrito.
Trattenni il respiro.
Poi tornò, più chiaro questa volta. Un pianto debole e disperato, fuori luogo in un bagno vuoto.
Lasciai cadere lo straccio e seguii il suono.
Mi condusse al secondo cestino, quello che traboccava sempre per primo. Mi inginocchiai, con il cuore che mi batteva forte, e spostai il cestino.
Ed eccolo lì.
Un neonato.
Piccolo. Tremante. Avvolto in una copertina sporca e lacera, tra brandelli di carta assorbente strappata e involucri vuoti di snack. Qualcuno gli aveva messo sotto una felpa blu scuro sbiadita, come se quella piccola consolazione potesse compensare tutto il resto.
Era vivo.
Per un pelo.



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