Ho ospitato per una notte un senzatetto con una protesi alla gamba perché mio figlio non riusciva a smettere di fissarlo al freddo. La mattina dopo sono andata al lavoro, aspettandomi che se ne fosse andato entro sera.

L’odore pungente del detergente al limone si mescolava al profumo caldo del pane appena sfornato, e il contrasto mi colpì così forte che rimasi immobile sulla soglia, certo per un istante che la stanchezza mi avesse portato nell’appartamento sbagliato.

Il mio primo pensiero è stato di aver sbagliato a contare i piani dopo un altro turno estenuante. Il secondo è stato che qualcuno si fosse introdotto in casa mia e avesse riorganizzato la mia vita con una cortesia inquietante. Entrambe le ipotesi sono svanite quando ho notato il disegno storto di Oliver fatto con i pastelli a cera, ancora attaccato al frigorifero con il nastro adesivo, accanto alla mia tazza di ceramica scheggiata.

L’appartamento era innegabilmente mio, eppure stranamente trasformato. Le coperte, che di solito giacevano in mucchi disordinati, erano piegate ordinatamente. Gli involucri delle caramelle erano spariti. Il lavandino, solitamente traboccante di ogni traccia di sopravvivenza, brillava vuoto e immacolato.

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