Non si piange quando si vede la propria figlia in terapia intensiva per la prima volta.
Le lacrime arrivano dopo, dagli uomini più deboli, dai padri che credono ancora che il dolore debba manifestarsi con grazia. Ciò che ti colpisce per primo è più freddo della tristezza e più acuto della paura. È il calcolo. È il vecchio meccanismo dentro di te, quello che hai affinato nelle sale riunioni e nelle trattative segrete per quarant’anni, che si risveglia come una pistola carica.
L’infermiera se ne sta lì, stringendo la cartella clinica al petto, con un’espressione impassibile, quasi da ospedale, ma i suoi occhi tradiscono già la verità.
«Ha detto di essere sopraffatto», ripete lei a bassa voce. «Se n’è andato verso le sei e mezza.»
Guardi di nuovo la sedia vuota. Immagini tua figlia che si sveglia fasciata, straziata dal dolore, mentre cerca nella stanza l’uomo che le aveva promesso davanti a Dio e alla legge che le sarebbe stato accanto nella buona e nella cattiva sorte. Invece, si ritrova con luci fluorescenti, una flebo di morfina e il ronzio delle macchine.