Ho depositato i documenti per il divorzio. Ho firmato tre volte. Il gergo legale dell’Oregon mi è sembrato allo stesso tempo brusco e indifferente. Le caselle da spuntare mi davano qualcosa da fare con le mani. L’impiegata dell’ufficio anagrafe, con indosso un morbido cardigan, mi ha chiesto se avessi domande, con uno sguardo così professionalmente gentile che mi è quasi venuta voglia di piangere sulla penna.
Non ho fatto scenate. Non ho graffiato la macchina di Mark, anche se ci avevo pensato. Non ho chiamato Emily. Non sono andata al loro matrimonio. Quando è arrivato l’invito, con il mio nome scritto con la calligrafia svolazzante di Emily – quella che avevo copiato di nascosto alle elementari perché la sua mi sembrava migliore della mia – l’ho infilato in un cassetto e me ne sono dimenticata fino a mesi dopo, quando nostra madre mi ha detto che si erano sposati in una cantina della Willamette Valley, sotto un arco di eucalipti e fiori locali, con delle promesse nuziali che, a quanto pare, erano state molto commoventi.
Nel mio nuovo appartamento, la prima notte ho dormito per terra perché il materasso era in ritardo. I vicini litigavano attraverso il muro su chi dovesse portare fuori la raccolta differenziata. Ho girato la testa verso la finestra e ho ascoltato il semplice rumore della pioggia.
**Librerie** — **PARTE II: Il piccolo appartamento tranquillo**
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