«Elise.»
Mia madre pronunciò il mio nome come si pronuncia il nome di una città che non si visita da tempo. Bekenda. Un po’ stranamente. Come una versione familiare e anziana di se stessa, una che forse non esiste più. Fece un passo avanti e pensò persino che l’avrei abbracciata.
Non la abbracciò.
Mi passò accanto ed entrò nell’appartamento, guardandosi intorno con la straordinaria attenzione di chi sta catalogando una stanza.
«È bellissimo qui», disse.
«È davvero bellissimo, Elise.»
Era la prima cosa che mi diceva in trentasette mesi. Non «Mi dispiace». Non «Ti stavo pensando». Non «Possiamo almeno sederci e parlare di quello che è successo?».
La prima cosa che facemmo fu misurare i metri quadrati di casa mia.
Mio padre la seguì dentro. Frank Bellamy sembrava un uomo che aveva rinunciato da tempo ad avere una propria opinione. Mi fece un cenno con la testa, un movimento verso il basso, poi trovò la sedia più vicina alla finestra e vi si lasciò cadere dentro come se stesse sprofondando in un fosso.



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