Sta mettendo alla prova la solidità di questa stanza, pensai, sentendo il petto stringersi. Deglutii a fatica, un sapore di rame e bile mi salì in gola. “Diane, ti prego. Non oggi. Non ho la forza di stare al tuo gioco.”
“Giochi?” Gli occhi di Diane brillarono di una luce predatoria. “Hai passato tre anni a isolare Ryan. Hai prosciugato i suoi conti con le tue ‘ambizioni’ e hai trasformato un uomo pieno di vita in un servo vuoto. Non sei malata, Emily. Sei un parassita.”
“Mamma, smettila”, sussurrò Ryan. Era una patetica difesa preparata a tavolino, l’equivalente verbale di un tovagliolo di carta bagnato.
Diane lo ignorò completamente, avvicinandosi al mio letto finché non potei scorgere le sottili rughe di rabbia intorno alle sue labbra. “Vuoi sapere la verità? La famiglia Mercer ti considera un errore di valutazione.” Una distrazione manipolatrice e letargica.
Il monitor cardiaco iniziò a suonare a tutto volume. Bip-bip-bip-bip. Il suono del mio panico si diffondeva nella stanza a scatti.
“Vattene”, sputai, con la voce tremante.
Diane si sporse oltre la sponda del letto, il viso a pochi centimetri dal mio. “Non sei tu la martire di questa storia, ragazzina”, sibilò.
E poi, accadde l’impensabile. Con un movimento rapido e preciso, la mano di Diane fendeva l’aria alla velocità della luce.
Crack.



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