Mi sfilai il cappotto di pelo di cammello, lasciandolo ricadere sulla panca all’ingresso. La casa era soffocantemente silenziosa. Non c’era musica jazz proveniente dall’impianto stereo, nessun profumo delle costolette brasate dello chef privato, nessun Ethan ad aspettarmi con una scatola di velluto e un sorriso studiato. Solo il ticchettio dei miei tacchi a spillo Christian Louboutin sul marmo italiano importato.
“Ethan?” chiamai, la parola sospesa goffamente nell’ampio atrio.
Nessuna risposta.
Ma mentre mi avvicinavo alla grande scalinata, la sentii. Non era musica né risate. Era un suono umido e ritmico, punteggiato da un gemito basso e soffocato che mi fece gelare il sangue nelle vene. Abbassai lo sguardo. Ai piedi della ringhiera di mogano giaceva un pezzo di pizzo nero. Qualche metro più in alto, una cravatta di seta abbandonata. La cravatta di Ethan.
Salii le scale furtivamente, la silenziosità dei miei movimenti un’abilità che non usavo dall’infanzia. La porta della camera da letto principale era socchiusa, lasciando filtrare un raggio di luce dorata nel corridoio buio.
Spalancai la porta.



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